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Mel Gibson da Todi

Immemorabilia, poco più di aforismi 5/2/2012

Domandiamoci perché. Quale intento presuppone una raffigurazione della passione di Gesù così straziante? Esasperare l'idea del peccato, un senso di colpa lancinante e intollerabile, che noi non potremo cancellare tanto è orrendo. E lui, Mel Gibson da Todi, incarna il prototipo del penitente che non si dà pace, dell'asceta che deve scontare di persona, ogni istante della vita, il rimorso per questo peccato. Nel suo forsennato sforzo di autopunizione, di mortificazione, nel suo fanatico cupio dissolvi, ha saccheggiato quanto poteva della simbologia ascetica del Medioevo, ciò che in quel macabro immaginario risultava utile all'espiazione del peccatum tremendum: il sangue che fiotta copioso oltre ogni immaginazione, l'antiquo serpente che insidia leggero e subdolo, l'enigmatica mostruosità dei nani, la femminea ambiguità del diavolo, l'abietta decomposizione della carne nella carcassa putrefatta di un asino, la sonorità ieratica di lingue arcane, l'atmosfera pregna di lugubri colores. Finanche un raccapricciante sadismo nella resistenza fisica di Gesù, costretto a sopportare l'insopportabile. Ma Cristo ci ha liberato dal peccato. Egli ci ha annunciato l'amore, il perdono, non la vendetta, non la rievocazione eterna della nostra espiazione, del nostro tormento, del nostro avvilimento per la sua crocifissione, ma la celebrazione sopra ogni cosa della sua, della nostra vita. E' il suo perdono, l'atto più nobile e più fortemente voluto, a far germogliare la vita dalla più orribile delle colpe.

Ma perché, allora, seguitare a farci sentire vittime disgustose di questo misfatto? Per ricordarci che dobbiamo avere fede, Che solo in un modo possiamo confortare la nostra disperata colpa: affidarci alla Chiesa... Essa sa come accogliere i peccatori; essa conosce bene il nostro rimorso, giacché vive del nostro rimorso...

Noi siamo colpevoli. Tutti. Gli Ebrei, lo strumento ideologico del disegno divino. I Romani, lo strumento materiale dello stesso progetto. E la Chiesa? L'erede di questo credito insolvibile.




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La vera felicità dei bambini è la loro geniale illogicità. Proprio quella che gli adulti, infelici, si affrettano a reprimergli in tutti i modi.



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Libera nos Domine!

Immemorabilia, poco più di aforismi 29/1/2012

Il dolore, come lo intende Mounier, sarebbe dunque una "rivelazione"? Eleverebbe l'uomo alla "gioia incredibile" di entrare in contatto con l'Infinito? DIo come giustificazione del nostro dolore?
Questa è una strada impervia da percorrere, lastricata di lacrime e di mistici penitenti che ci esortano a spargerne di più intense. Dio non vorrebbe mai una cosa del genere! Utilizzare il dolore come mezo per appressarsi a Lui...
E' piuttosto la sottile scaltrezza dell'uomo a regnare, come sempre: trasformare la sofferenza, l'autocommiserazione ancora una volta in protagonismo assoluto. A certi uomini non basta semplicemente soffrire; essi devono rendere la sofferenza la ragione di vita per eccellenza. Credo che Dio, se potesse, si dissocerebbe...




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Nessun uomo ha la forza necessaria per negare completamente Dio. E questo i teologi lo sanno molto bene




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Il peccato, nella morale teologica ebraico-cristiana, consiste nel di-vertimento (nel senso che Ortega y Gasset dà a questo termine, come allontanamento da una condizione di necessità per una condizione di libertà). Gli uomini di-vertono, errano, sostituiscono ad una imposizione morale un atteggiamento morale volutamente contrario. Affermano dunque la propria volontà (ed in questo senso sono liberi) ma affrontano altresì le conseguenze di questa trasgressione morale. Non è un caso che nell'Ebraismo la sofferenza abbia inizio dall'infrazione di una norma: la sofferenza è giustificata dalla scelta di "peccare". Nell'animale non c'è intenzionalità morale, non c'è capacità di sottrarre la propria condotta alla spontanea istintualità. Deve essere per questo che non sopporto la sofferenza degli animali, perché è priva di qualunque giustificazione. Non c'è alcuno sbaglio, alcun "peccato" da scontare. Il dolore è certamente stupido.




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E fu l'Italia...

Riflessioni dei lettori 13/1/2012

  Apparentemente sintetico, il secondo capitolo del racconto all’ inizio comporta una gradita delusione, ...in quanto mi sarei atteso una conversazione – riflessione sul tema preannunciato dalla parola misteriosa apparsa alla conclusione del precedente capitolo; invece, mi ritrovo catapultato nel campo letterario e storico, conosciuto con proficuo impegno di studi, che alla fine degli anni ’60 mi veniva illustrato dal chiar.mo Prof. Gianvito Resta, con la rappresentazione della Corte di Federico II, nella quale si rinvengono le premesse culturali e politiche dell’Istituzione Europea non ancora appieno realizzata, dopo quasi un millennio; mentre, verosimilmente, alla forzata e controversa unificazione risorgimentale è contrapposta la comune appartenenza culturale e letteraria, conseguita percorrendo l’ iter che da Dante conduce a Manzoni.
“ L’idea dell’ Italia nasce prima con la letteratura e con la lingua che la veicola; nasce con Dante, un grande poeta, che proprio in Sicilia viene a cercare il modello ideale della lingua letteraria. Il resto lo faranno scrittori e poeti successivi”.
E qui non si può non continuare a concordare, per ovvie motivazioni di comune formazione, con l’ illustre narratore : “ l’ idea più compiuta dell’ Italia coincide essenzialmente con la sua migliore letteratura, vale a dire con quell’ universo pulsante e vivo delle sue emozioni più profonde, più sofferte e leali, più vere “.
Anche il processo risorgimentale di unificazione politica nazionale, con deludente smentita delle patriottiche raffigurazioni assai care alla nostra fanciullezza raccontate dai Maestri alla Scuola primaria, non è pervenuto al nobile intento di trasformare “ un’ espressione geografica “ in uno stato moderno, in quanto fondato su presupposti deboli, tanto più verosimilmente per la Sicilia, come mirabilmente spiega il suo diletto figlio e mio illustre docente, ancora una volta, non riuscendo a celare un profondissimo senso di sofferente pessimismo, che, in seguito dirò, è quasi interamente sopraffatto da interiori e saldi convincimenti.
“ gira vota e firria, munnu ha statu e munnu è “.
Certamente appare condivisibile l’ interpretazione del processo storico e della condizione sociologica del retaggio delle razze meridionali della meraviglia sfuggente che è la Sicilia!, divenuta più recentemente una parte “ autonoma “ .
Questa peculiarità riconduce nell’ alveo del leit-motive, consentendo al nostro, di spiegare con linearità esemplare un fenomeno complesso e oscuro, proprio per la sua origine di cui si comprende appieno l’ essenza per intuizione naturale e per supporto di erudizione consolidata dagli studi, di cui in apparenza semplici segni danno integra conferma.
Il giovane Stato non avverte alcuna questione politica o sociale particolarmente urgente da affrontare, lasciando inalterata l’ impalcatura feudale fino al 1950, “ quando le terre, neanche le migliori peraltro, furono date ai contadini e i nobili furono lautamente indennizzati con denaro sonante e … gira vota e firria ancora oggi così è nel nostro Bel Paese.
Come dare torto ad Antonio! Nonostante la data storica del 1982.
Perché la nobiltà feudale, addestrata da secoli a resistere a dominatori di tutte le risme e ad ogni loro tentativo di riforma, ha continuato a fare il bello ed il cattivo tempo, mantenendo tutti i privilegi, che essa, per motivi storici, riteneva di dover pretendere, con la connivenza dello Stato italiano che ha usato ( ma è solo per il passato ? ) la pratica della carota ( con i nobili potenti ) e del bastone ( quasi sempre sulla parte sbagliata, cioè sul popolo).
Lo Stato italiano con la Commissione d’ indagine affermava con incredibile ipocrisia che erano gli aristocratici, i ceti abbienti, le vere vittime della criminalità e non piuttosto i responsabili di una spietata teoria del potere, sovente ispiratori della delinquenza organizzata. Cioè non riconosceva lo stretto legame tra chi in Sicilia deteneva il potere politico e lo strumento criminale di cui questo potere si serviva.
Ed è così che la stupefacente delusione iniziale viene dissolta con chiarezza esplicativa e senza remora di alcun genere ( pag. 18 ) , sfidando quanto detto tunc in Sardegna : o ci stai o non ci stai ( e allora … ) o te ne vai, e ricorrendo alla citazione cruda e lapidaria di Sidney Sonnino del 1876 : “ La classe dominante è portata fatalmente a proteggere i malfattori “ .
Il paradosso : i baroni siciliani usavano gli sbirri (che le fratellanze non gli facevano mancare) per intimidire e tenere a bada qualunque dissenso, dando vita alla “ mafia politica di alto livello “ ; gli esclusi da questo circuito, “ gli elementi svegli del popolo “ si organizzavano a loro volta in altre fratellanze ( che nulla attengono all’ illuministica “ fraternitè “ ) o associazioni di “ mutuo soccorso “ per presentarsi al popolo come i campioni dei diritti negati “ da quell’ altra mafia, ma unicamente per diventare loro stessi sbirri di un potere altrettanto mafioso in grado, nel tempo, di soppiantare l’ aristocrazia con destini intercambiabili e allo stesso immutabili, a dispetto di tutte le invasioni, gli stravolgimenti etnici e le sovrapposizioni culturali.
Riferimento letterario è a Don Rodrigo, prototipo del mafioso, un modesto mafioso dilettante in una regione di banali coreografie, rispetto alla spietata concretezza dell’ idea di potere, scarnificata delle forme più ancestrali e corroborata del senso dell’ onore, “ l’ unico modo che ci è dato per sconfiggere la disperazione della vita”.
Ecco che l’ accostamento al marziano perplesso e stupito ritenuto avventato diventa reale; mentre affiora il dubbio che tutto questo, dice il protagonista : “ O forse tutto questo soltanto immaginai, non avendo mai perduto nel corso della vita – e anzi generosamente impiegandola – la possibilità di sbagliarmi”.
Non ci si sbaglia di certo, pur essendo ancora all’ incipit lecturae, a confermare la convinzione della sobrietà di stile e la parvenza di essenzialità espressiva quali indicatori emblematici di lucida analisi di illuminante spiegazione, anche per un marziano, della sicilitudine, essenza del sentire di tradizione culturale che si snoda attraverso innumerevoli letterati, di cui è sufficiente il richiamo a Pirandello e Sciascia, tanto per fare qualche esempio, patrimonio latifondista appartenente all’ illustre Prof. Filippo Martorana, ( è forse un barone ? ) , cui è indirizzato il saluto augurale di una serena giornata festiva.
 Francesco Mammoliti   Domenica 27. 11. 2011 




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L'Incontro

Riflessioni dei lettori 13/1/2012

 Vengo ad ottemperare alla manifestata volontà di conversare sull’ encomiabile opus humanitatis ac doctrinae del mio carissimo Professor Filippo Martorana, adempiendo alla promessa di graditissima lettura, iniziata, per il I capitolo, nell’ ora in cui Morfeo fa socchiudere le palpebre e ripresa quando l’ alba le dischiude.
Mi chiedevo, un tempo, come mai, il Prof così colto per serietà di studi nonché per paterna eredità fosse talmente impregnato dell’ atavica cultura sicula, refrattario al cataclisma devastante del modernismo telematico globale; ed ecco che fa scendere in quel di Sicilia nientedimeno che un Marziano, al quale, nonostante la contiguità territoriale d’ origine potrei rassomigliarmi.
Tra gli scorci naturalistici si disvela la conversazione – riflessione, frutto di patrimonio di idee connaturate e di erudite letture, arricchite di fervide fantasie letterarie, nella fugace rassegna di straniere dominazioni assorbite e a loro volta conquistate dagli indomiti vinti “, in una dialettica perennemente in bilico di immersione nel flusso della storia ed un certo rassegnato fatalismo “.
Alla contrapposizione alla dominazione straniera reagisce , in nome del popolo siciliano, l’ indocile nobiltà locale che mira a tutelare i propri interessi sempre minacciati da altri potenti rapaci; splendida la rappresentazione del grande avvocato della latinità che accusa Verre “ per le innumerevoli rapine e soprusi compiuti ai danni del patrimonio pubblico. E il popolo siciliano se ne è stato a guardare, sopportando e adattandosi con sofferenza per la necessità di sopravvivere, con “ doppio “ senso dello stato : uno esteriore e formale, l’ altro latente e concreto.
Si finisce per identificare il potere con la ristretta cerchia di chi, realmente, lo manovra a piacimento e ne abusa per avvantaggiarsene o per avvantaggiare chi gli fa comodo … e si amplifica la logica delle clientele, dell’ obliquità. Ora, questi assetti politici compromissori, questa difesa di privilegi, questa realtà politica opprimente, sempre cangiante ma in fondo uguale a se stessa, tutta questa ambiguità del sentire, la filosofia del “ doppio “, gli atteggiamenti psichici immateriali, le sottigliezze, gli opportunismi e l’ arroganza che ne derivano si possono concretizzare in una sola parola : … .
Suspense . … II E fu l’ Italia.

Per adesso può bastare; ho tralasciato moltissimi spunti e accenni a tematiche di straordinaria rilevanza esplicativa della forma mentis siciliana, analizzata con sensibilità connaturata ed acume investigativo, svelata con naturalezza e semplicità, dal momento che “ ciascuno di noi e la sua terra sono, come sono, la stessa identica cosa”.

E che dire delle metafore creative ed immaginifiche, rivelatrici di stato d’ animo, non condivisibili, perché pessimistiche e talvolta di rassegnazione? Suggestive anche di richiami al momento attuale, parafrasato con terminologia di “ responsabili “.
Al di là di questi aspetti sono affermati e consolidati valori, idee, rappresentazioni, simboli, narrati con eleganza e sobrietà di eloquio e di stile.
Francesco Mammoliti, Sorgono, 22. 11. 2011

 




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Un sogno

Riflessioni dei lettori 13/1/2012

Prof. Martorana,

se mi permette vorrei anch'io dirle qualcosa in merito al Suo bel libro "Come avvenne che spiegai la Sicilia ad un Marziano". A dire il vero mi sento un po' in imbarazzo ad esprimere il mio pensiero dopo tutto quello che hanno scritto del Suo libro eminenti critici letterari. La mia personale chiave di lettura del Suo racconto è che esso scaturisce da "un sogno", un bellissimo sogno che il protagonista ha in mezzo alla campagna siciliana. Sogno che da un canto fa da contraltare ad una società crudele e corrotta e dall'altro funge da "evasione". Questo "incontro" quantomeno strano, imprevisto, il dialogo che consegue con Skethi, essere di un altro pianeta, assurge a un momento di totale estraneamento dal contingente quasi a volere esorcizzare e dimenticare le lordure della società e della pesantezza del vivere quotidiano in questo contesto. La figura di Skethi così diventa un "alter ego" con cui l'io narrante si confida e si confronta.                                                               

Ma c'è un'altra figura che particolarmente mi ha colpito e cioè il cane Rhèdoka. In un contesto di finzione e realtà, di sogno e risveglio, l'unico segno tangibile, l'unica creatura vera e concreta è appunto il cane che il protagonista alla fine porta con sé a casa. Come avanti accennato, l'assolata campagna siciliana fa da sfondo ai fatti narrati, a questo "sogno" come io l'ho definito (non so se Ella conviene con me) ed in effetti il silenzio, una bella giornata di sole, l'atmosfera agreste produce di questi effetti. Ciò affermo perché io l'ho personalmente esperimentato allorché fanciullo figlio di contadini in quel latifondo "Ficodindia" (che trovasi tra il fiume Salso e Borgo Cascino) portavo al pascolo gli animali e mi proiettavo in altre realtà. Indubbiamente le nostre campagne, le nostre terre siciliane hanno un che di magico che ci prende e ci fa sognare. 

Infine una frase del protagonista fa da chiusura e che mi ha fatto riflettere a lungo: "Sarà possibile un grammo di felicità?". La felicità, uscire da questa "cappa" sociale che ti soffoca, una felicità cecata al di fuori e al di sopra di ogni cosa. Indi la bellissima discussione dell'addio tra Skethi e Antonio: il marziano va via "così come era apparso" e Antonio rimane solo con il cane Rhèdoka. Sembra quasi di udire la voce di Eugenio Finardi che canta: "Extraterrestre portami via con te..."

Luciano Miraglia 12 gennaio 2012




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All'epilogo...

Riflessioni dei lettori 28/12/2011

           

Carissimo Filippo,

finalmente trovo un momento di serenità per scriverti qualche impressione dopo aver letto il tuo bel libro. Molte le aspettative, dopo averti conosciuto e apprezzato di persona, tutte quante pienamente appagate: un libro intelligente e appassionato, che si fa leggere rapidamente e con ingordigia, giungendo alle ultime pagine con quello stesso presagio di nostalgia che Antonio racconta di provare quando, vedendo in lontananza l’automobile, intuisce “di essere all’epilogo di qualcosa”.

E’ stato emozionante ripercorrere, nella lettura, luoghi e pensieri legati a bellissimi ricordi, e figurarsi i personaggi seduti sotto quel fico ove un altro Antonio ci raccontava storie di Sicilia. Ma questa lettura ha significato molto di più, per me, siciliano di antiche radici, ancorché nato in altra terra da emigrati di lungo corso. Argomenti, sensazioni, immagini, racconti ascoltati in tanti anni, dopo questa lettura trovano una nuova e profonda chiave di interpretazione, una nuova e più precisa contestualizzazione. Di mafia si può raccontare in molti modi, si possono mettere in fila date e misfatti, ma quello che davvero interessa l’alieno – e Antonio lo sa bene – è la risposta a una domanda: come è possibile? Le risposte semplici sono quelle che portano al luogo comune, al fraintendimento, alla retorica inutile e deleteria, alla minimizzazione, alle stolte generalizzazioni di ogni genere. La Sicilia e i siciliani sono complessi e questa complessità, che talvolta si spinge fino all’aberrazione (la normalizzazione delle contraddizioni, del paradosso, l’assuefazione ad un male odioso fino a giustificarne le logiche) nel testo è mostrata e analizzata nelle sue molteplici forme, sfaccettature, radici e motivazioni. L’ironia, da artificio retorico, diventa metodo per poter sopportare il dolore di guardare e raccontare le cose con onestà, attraverso uno sguardo colto e sagace che si posa su diverse ed eterogenee testimonianze storiche, letterarie e popolari.

Lungi da un altro tipo di delirio di compiutezza, che può stuzzicare chi si cimenti nella descrizione di un fenomeno a darne una visione completa, autoconsistente e chiusa, Come avvenne che raccontai la Sicilia ad un marziano è un formidabile invito ad approfondire: non si può leggere questo libro senza poi sentire l’irrefrenabile desiderio di riprendere in mano Pirandello, Sciascia, Verga e tutti i grandi interpreti della coscienza e della società di questa meraviglia sfuggente. Mi rendo conto di essere in serie difficoltà, un po’ per la disabitudine a scrivere, un po’ perché davvero tanti sono gli elementi che mi piacerebbe ricordare, dal godibilissimo dialogo-sfida col pastore, a più amare considerazioni su quella provincia “babba” delle mie origini, oggi purtroppo capoluogo di pratiche mafiose e delitti efferatissimi, immemore di un passato contadino che ancora i miei genitori ricordano… Mi fermo qui.

Nino Trovato, 24 Dicembre 2011





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